Itinerari Bici – Lago di Bolsena

Alle volte basta un sorriso. E se quel sorriso è notturno, magari con la luna che riflette i suoi colori sulla superficie di un lago, allora si accende la speranza. Quella di ritrovare, non soltanto in questi luoghi sopiti, quella pace e quella tranquillità che offrono alle due ruote il palcoscenico ideale per sentirsi “esploratori in sella”. Montefiascone, Capodimonte, Grotte di Castro, Bolsena, Civita di Bagnoregio: cinque capisaldi di un itinerario piacevole, tecnicamente interessante e non troppo impegnativo, con una serie di scorci paesaggistici notevoli; e con la consapevolezza di riuscire a far convivere assieme sport, natura e storia.

Ragione e sentimento
Ragione e sentimento devono guidare il ciclista in queste lande al confine tra Lazio e Toscana, laddove la via Cassia ha disegnato un percorso ricco di complessità storiche e naturalistiche. La relativa lunghezza complessiva del percorso proposto (una ottantina di chilometri), di facile accesso per tutti, offre l’opportunità di soste e brevi digressioni, che solleticano l’appetito di cultura e paesaggi del cicloturista.
Partiamo dall’alto, tanto per orientarci meglio. La terrazza di Montefiascone offre una vista a 360 gradi. Viterbo e i Cimini a sud, il lago a Nord, e la campagna che disegna il restante perimetro ai bordi della Via Francigena; lungo il tracciato che proviene da Canterbury, passa per Acquapendente, ed era attraversato dai pellegrini che, passando per Viterbo, si dirigevano a Roma.

Est! Est! Est!
Prima di partire da Montefiascone sarà opportuno rifornirsi d’acqua e non certo del famoso moscatello che avremo opportunità di gustare al ritorno!
La leggenda narra di un tale Giovanni Defuc, amante del bere che nel suo viaggio verso Roma si fermava nei paesi dove trovava del buon vino. Egli era sempre preceduto da un servo, il quale era solito segnalare le buone cantine con ”Est“ (è latino). Giunto nella cantina di Montefiascone trovò tanto buon vino che lo segnalò con Est! Est! Est! Raggiunto il suo servo, Defuc decise di fermarsi a Montefiascone dove morì soddisfatto dei suoi anni trascorsi a bere questo prezioso moscatello.
Ma torniamo in sella, e riprendiamo la strada verso Marta, in lieve discesa. Poco più di cinque chilometri veloci e piacevoli, fiancheggiati da filari di olivi che fanno venire la voglia di fermarsi a gustare il fresco (specie se si affronta questo tracciato nei mesi caldi). Tra l’altro questa è una delle poche zone ombreggiate di tutto il percorso.

Sulla riva del lago
Dopo l’ingresso della provinciale di Marta, pedaliamo per 13 chilometri fino a svoltare a destra verso Capodimonte, dove è in programma la prima sosta per visitare questo borgo decisamente interessante, che si specchia nel lago di Bolsena.
Dal lungolago torniamo sulla provinciale, poco trafficata, e comunque sufficientemente larga per non creare problemi alle due ruote. Ci avviciniamo così alle prime due ondulazioni della giornata. Le pendenze non sono eccessive (fino al 10 per cento) e comunque sono facilitate dalla relativa lunghezza dell’ascesa. Dopo venti chilometri imbocchiamo la strada a destra per Valentano, e dopo un chilometro e mezzo scarso di salita, in prossimità di un crocifisso che presidia una cava, si svolta ancora a destra per scendere verso la Cassia. Un lungo rettilineo dopo un paio di saliscendi introduce ai 3 chilometri di ascensione regolare verso la località “La Montagna”.

Le grotte di Castro
Stiamo entrando in una delle zone del lago più ricche di storia. Qui, quasi tutti i borghi medioevali hanno qualcosa da raccontare. Al bivio posto sulla cima di questa breve salita potremmo scegliere se incontrare Gradoli o puntare subito verso Grotte di Castro. Entrambi i luoghi sono degni di essere visitati, così come la vicina Onano, e da tutte queste località è possibile godere di scorci suggestivi del lago. Noi abbiamo scelto di andare a Grotte di Castro e dall’abitato si scende velocemente verso le Grotte, che troviamo sulla sinistra non appena termina la discesa. Le origini di questo paese risalgono al periodo etrusco con un insediamento di nome Tiro. Venne poi conquistato dai romani e all’epoca delle persecuzioni dei cristiani vennero scavate delle catacombe per sfuggire alle minacce romane. Le catacombe hanno quindi dato origine al nome del paese.

Bolsena e Bagnoregio
Continuiamo a pedalare e poco dopo c’è un bivio a sinistra e uno successivo a destra. Siamo sulla Cassia, pronti a percorrere, tutti di un fiato, i sette chilometri che ci separano da Bolsena. Il Castello Monaldeschi è l’indicatore della bellezza di questo borgo arroccato sulla collina. I più audaci possono esplorare questo paese dal basso verso l’alto, ma il nostro consiglio è quello di percorrere la salita verso il Monte Panaro (la cosiddetta “panoramica”) fino al grande maniero per poi ridiscendere per gli stretti vicoli.
Ma le sorprese paesaggistiche non finiscono certo a Bolsena. Lungo la dolce salita “panoramica” è possibile affacciarsi più volte verso il lago, così da vedere in lontananza anche le due isole, Bisentina e Martana, che emergono dalle sue acque profonde ben 146 metri. Dopo tre chilometri di salita si piega a destra per Bagnoregio e si sale ancora, con qualche leggero strappo, per un paio di chilometri in solitaria, nel silenzio più totale.

Un paese disabitato
Una lungha discesa, intervallata da brevi saliscendi per giungere a Bagnoregio, preludio di uno dei luoghi più affascinanti dell’intera penisola italica: Civita di Bagnoregio. Il primo borgo che introduce alla Civita è un lungo budello tra case e palazzotti della borghesia del tempo. Poi, improvvisamente, la rocca della Civita. Uno spettacolo straordinario, da visitare assolutamente, anche se si dovrà portare la bicicletta a mano lungo il ponte che la congiunge al belvedere e al borgo di Bagnoregio. Qui a Civita si riscoprono antichi sapori ed è piacevole sostare un po’ nella piazza centrale, dove il tempo sembra essersi fermato a sette-otto secoli fa. Attenzione alla discesa prima del ponte e alla relativa risalita; così come dal ponte verso la porta della Civita. Un esercizio di equilibrismo e soprattutto di adattamento alle grandi pendenze, nel quale ciascuno vorrà sentire nelle gambe la potenza e la determinazione dei grandi “grimpeur”.

Si torna a casa
Dietro front, e all’uscita di Bagnoregio, sempre in senso opposto, si piega a sinistra e, dopo poche centinaia di metri a destra, direzione Montefiascone. Qui bisogna affrontare una salita di un chilometro circa, con pendenze interessanti. Poi, dopo altre brevi ondulazioni, si scende fino al bivio con la SS 71. Si svolta a sinistra e, fatta eccezione per un breve, ma secco strappo, si approda dolcemente verso Montefiascone, che vediamo avvicinarsi con il Duomo ottagonale in bella evidenza.
Si conclude così il nostro giro, un contatto con natura e storia, premiato anche con la soddisfazione per il palato: vino e tozzetti per rifocillare il ciclista stanco e appagato di cultura. O forse la stanchezza sarà soltanto una scusa per essere accolti e rigenerati dal gusto particolare del famoso moscatello

Come Convertire una Bici a Single Speed

Se non avete un cavalletto o un banco di lavoro,
mettete pure la bici sotto-sopra, ma preparatevi a
lavorarci su in posizioni non sempre comodissime.
Comunque, come prima cosa, togliete la
ruota posteriore.

Aprite la catena utilizzando l’apposito estrattore dei
perni in caso di catene Shimano, altrimenti aprendo la
falsa maglia facendo forza sulla stessa nella
maniera corretta.

Dopo aver aperto la ghiera con la tecnica che vi
abbiamo spiegato nella guida apposita “Sostituzione
del pacco pignoni” per fare meno fatica possibile,
estraete anche la cassetta dei pignoni.

A questo punto smontate il pedale destro dalla
rispettiva pedivella. Con la bici rovesciata, mettete il
piede sulla sella e, con la pedivella in avanti e la chiave
o la brugola rivolta verso il posteriore, fate forza
tirando. Una volta fatto, rimuovete il pedale.

Per togliere una pedivella sinistra Shimano Hollowtech
o FSA Mega-Exo, smollate entrambi i bulloncini da
5 mm con la brugola, rimuovete il bullone di fissaggio
con l’estrattore (Shimano) o con una chiave a brugola
apposita (Mega-Exo), sfilate la pedivella destra insieme
al perno centrale. Per rimontare il tutto seguite il
procedimento inverso.

Alcune guarniture Shimano necessitano di un tool
speciale per estrarre le corone, altrimenti utilizzate le
solite brugole o una chiave a stella per l’operazione.
Una volta estratte le corone anteriori, inserite la
corona singola nella posizione di mezzo e fissatela
utilizzando il tool apposito, stringendola a 9,5 Nm se
d’acciaio, a 7,5 se in alluminio. Quindi montate
le pedivelle.

Visto che non vi serviranno, smontate i deragliatori
anteriore e posteriore sganciandoli dal telaio insieme
alle guaine dei cavi del cambio. Una volta fatto, sfilate i
cavi fino ad arrivare alle leve del cambio sul manubrio.

Se avete delle manopole Lock-On non avrete
particolari problemi, altrimenti dovrete comprarvene
di nuove. Rimuovete le manopole dal manubrio. Se le
leve del cambio sono esterne a quelle dei freni,
estraetele. Altrimenti abbiate cura di misurare la
posizione delle leve dei freni prima di sfilarle per
estrarre quelle del cambio e rimetterle esattamente al
loro posto. Infine reinserite le manopole.

Prendete la ruota posteriore e date una bella pulita al
corpo libero, ingrassandolo successivamente per
benino. Infilate i distanzioli e il pignone del vostro kit
di conversione: prima il distanziale più spesso, poi
l’ingranaggio, quindi i due distanziali più sottili.
Stringete la ghiera a puntino.

Reinserire la ruota e prendete la catena nuova.
Avvolgetela attorno alla corona anteriore e al pignone
posteriore e osservatela da dietro. Se non vedete
allineamento tra corona e pignone, cambiate la
posizione degli spaziatori finché non l’ottenete. Una
volta fatto, stringete la ghiera della cassetta a 40 Nm
con la vostra fida chiave dinamometrica.

Volete che la catena sia il più corta e tesa possibile.
Avvolgetela aperta intorno a corona e pignone, quindi
guardate quante maglie potete togliere ricordando
che alle due estremità ci vogliono rispettivamente una
maglia interna e una esterna per ricollegarle. Utilizzate
il perno o la falsa maglia apposita per chiudere la
catena e verificate che i giunti non siano rigidi.

Noi abbiamo utilizzato un guidacatena DMR Simple
Tension Seeker, per via della sua ampia compatibilità.
Il montaggio è chiaramente spiegato sul manuale
d’uso, e il meccanismo va fissato al
telaio attraverso il forcellino per cambio posteriore.

Spingete il braccio e la puleggia del guidacatena contro
la catena in modo che quest’ultima abbia la giusta
tensione. Troppa pressione e la catena sarà inefficiente
e rumorosa, troppo poca e rischierà di cadere. Con
circa 5 mm di gioco verso l’alto e il basso nella
posizione mediana tra corona e pignone è la tensione
giusta. Una volta fatto, stringete il guidacatena con gli
appositi bulloni.

Rimettete dritta la bici, avvitate a 35Nm i pedali alle
rispettive pedivelle, sistemate e stringete le leve dei
freni a 5Nm, e infine saltate in sella della vostra
“nuova” mountain bike mono-rapporto. Semplice e
indistruttibile, almeno se avete montato tutto a regola
d’arte.

Percorsi in Mountain Bike – Monticello da Nervesa

Per la corretta comprensione della descrizione del percorso occorre sapere che il Montello è un’isolata collina a forma di ellisse: alla sua base nord corre una strada denominata Panoramica, mentre a sud se ne trova una chiamata Pedemontana. Altre ventuno strade, denominate “Prese” (numerate progressivamente da 1 a 21), poste parallele a una distanza di circa un kilometro l’una dall’altra, tagliano la collina da nord a sud, partendo dalla Pedemontana, salendo fino a tagliare una strada dorsale di crinale e scendendo, infine, fino alla Panoramica. L’itinerario prende il via dalla vasta piazza di Nervesa della Battaglia, dove è possibile parcheggiare comodamente l’auto e, più precisamente, dal semaforo da dove imbocchiamo la provinciale Schiavonesca Priula in direzione di Montebelluna.

Superata una dolce ondulazione, a una biforcazione che incontriamo poco dopo l’abbandoniamo per imboccare la S.P. 77, via Armando Diaz, chiamata anche Panoramica, che si stacca sulla destra. Questa, lasciata a sinistra la strada per il Sacrario Militare da cui rientreremo, inizia a salire mantenendosi completamente allo scoperto e supera un paio di nette curve, offrendoci, subito dopo, alcuni begli scorci a destra sul largo letto del fiume Piave e sulle sue caratteristiche “grave”. Da qui la salita si attenua e pedaliamo fra sparse case e fitta vegetazione, perlopiù cespugliosa, scartando la deviazione a sinistra per la Presa n. 1, via Castelviero. Dopo che la strada si è appiattita, al km 3.45 dobbiamo fare attenzione ad abbandonarla per imboccare la Presa n. 2, via Alessi, che si stacca a sinistra. Questa sale per un po’, quindi procede in falsopiano ancora fra case sparse, entrando e uscendo dal bosco, e poi scende debolmente, sbucando infine su una strada più importante, la S.P. 144 Dorsale, che imbocchiamo a destra, riprendendo a salire dolcemente. Attraversata la Zona Storica dei Frati, così denominata per la presenza un tempo di una grande certosa, ora completamente scomparsa, la salita termina e, dopo aver scartato la deviazione a sinistra per l’agriturismo La Valle, al km 6.13, lasciamo anche questa strada per imboccare la via Sacco che si stacca sulla destra.

Alcuni saliscendi, perlopiù sotto l’ombra del bosco, ci portano, al km 8.72, nuovamente sulla S.S. 77 Panoramica che imbocchiamo a sinistra, continuando perfettamente in piano. Con questa attraversiamo la frazione di Santa Croce del Montello e poi proseguiamo, superando alcune leggerissime ondulazioni con bella vista quando la vegetazione si dirada a destra, sulla catena dei monti che unisce il Cesen al Col Visentin e sull’Altopiano del Cansiglio. Scartiamo così le Prese n. 5, 6 e 7 che si staccano a sinistra e iniziamo a fiancheggiare, sulla sinistra, un canale, ignorando successivamente, sempre a sinistra, anche la Presa n. 8 che porterebbe alla S.S. Angeli e alla n. 9. Giunti al km 13.10 dobbiamo invece lasciare la principale e pendere la Presa n. 10, via Cesare Battisti, che si stacca a sinistra e che inizia a salire con una certa decisione, per fortuna completamente al riparo di un fitto bosco. Attraversato un incrocio, proseguendo dritto, la pendenza gradualmente diminuisce e dal km 15.84 ci ritroviamo a pedalare in lievi saliscendi che ci portano a sbucare, in breve, nuovamente sulla Dorsale, che tagliamo di netto proseguendo dritto sulla stessa Presa n. 10, via Battisti, che da qui presenta un fondo sterrato. Dopo un innesto in discesa, questa sale blandamente su un buon fondo in terra battuta per circa 400 metri e presenta quindi alcune leggere ondulazioni prima di gettarsi, dal km 17.82, in discesa.

Una discesa che viene interrotta al km 18.67, dopo una netta curva a sinistra, da una breve risalita, ma che diventa successivamente netta e decisa e richiede una certa attenzione per il fondo reso un po’ insidioso dalla ghiaia presente. Attraversiamo così la località Fontanelle (cartello), dopo la quale la vegetazione si apre per un tratto facendoci intravedere la pianura. Successivamente il fondo diventa asfaltato e la strada sbuca al km 20.27, sulla più importante via Murada che seguiamo a sinistra per pochi metri e che, subito dopo avere attraversato un ponte, abbandoniamo per imboccare a sinistra la via Fra Giocondo. Questa, chiamata anche Pedemontana dato che delimita a sud la base del Montello, corre perfettamente piatta fiancheggiando più avanti, sulla destra, il cosiddetto Palazzone, una bella villa da poco ristrutturata.

Lasciata a sinistra la Presa n. 9, attraversiamo un incrocio continuando sulla principale a sinistra che reca indicazioni per Bicinvacanza e, poi, scartiamo anche la Presa n. 8, sempre a sinistra, fino a incontrare, al km 22.44, la deviazione, ancora a sinistra per la Presa n. 7, via Gorini, che imbocchiamo. Dopo un breve tratto in falsopiano iniziamo a salire con una certa decisione, fiancheggiando sulla destra, all’interno del recinto di una casa, un grande e curioso capitello. Quando la strada si biforca, teniamo il ramo di destra che sale sempre ma da qui su fondo sterrato. Superiamo alcune rampe decisamente impegnative, pedalando, fortunatamente, ancora sotto al bosco, ma dal km 23.34 la pendenza improvvisamente si inverte e scendiamo dolcemente. Successivamente l’andamento presenta una serie di leggeri saliscendi dopo i quali sbuchiamo, al km 25.06, su una strada asfaltata che imbocchiamo a sinistra, fiancheggiando subito dopo, sempre a sinistra, il ristorante La Baita. La percorriamo per poco meno di 500 metri e quindi la lasciamo per girare a destra, nuovamente lungo la via Gorini, che da qui riprende a essere sterrata. Scendiamo con questa per pochi metri e poi l’abbandoniamo per imboccare la prima strada che si stacca sulla destra, sempre a fondo sterrato, che prima scende dolcemente e poi procede in falsopiano. Questa sbuca al km 26.25 su una sterrata più importante, la Presa n. 5, via Carretta, che seguiamo a destra, scendendo molto dolcemente e scartando successivamente la via dei Bersaglieri che si stacca sulla sinistra. La strada sbuca alla fine su un’altra asfaltata che imbocchiamo a sinistra, lasciando poco più in alto la trattoria Vettorel e scendendo poi con estrema decisione. Dopo aver fiancheggiato sulla destra la trattoria Al Prato Verde raggiungiamo, al km 28.55, uno svincolo dove dobbiamo lasciare la principale per imboccare la strada Pedemontana che riporta indicazioni, tra le altre, anche per la trattoria Agnoletti.

Correndo perfettamente in piano attraversiamo alcuni gruppi di case (utile fontana sulla destra) e fiancheggiamo alcune aree militari recintate. La strada, dopo una breve risalita, si lascia a destra la chiesa di Bavaria e poi scende dolcemente fino a raggiungere, al km 30.96, il bivio con la Presa n. 2, via Alessi, che imbocchiamo girando a sinistra. Saliamo all’inizio con una certa decisione e poi sempre più dolcemente fino a raggiungere un culmine, dopo il quale scendiamo con pendenza modesta per sbucare infine, al km 32.74, nuovamente sulla S.P. 144 Dorsale, in un punto dove siamo già transitati all’inizio dell’itinerario. La imbocchiamo a destra e ci troviamo su una veloce discesa, lasciando più avanti a sinistra la deviazione che salirebbe al Monumento Ossario. Al termine della discesa arriviamo su una strada più importante che seguiamo a sinistra fino ad arrivare su una strada ancora più importante che imbocchiamo a destra. Giunti in breve sulla provinciale Schiavonesca Priula, ci innestiamo su di essa girando a sinistra e arrivando in breve nella piazza centrale di Nervesa della Battaglia.

Itinerari in Bici – Appennino Modenese

Pedalare sulle strade interpoderali, poco trafficate e altimetricamente interessanti, tra campi di grano e piccoli, affascinanti borghi, è ciò che l’Appennino modenese offre al ciclista più curioso.

Ognuno decanta per affetto la propria terra, esagerandone qualità e caratteristiche, dettate più da campanilismo che da fattori oggettivi. Penso che ogni luogo sia di per sé unico e questa sua unicità, se letta e interpretata correttamente, regala comunque grandi emozioni. Ho scoperto così che pedalare, tanto nelle Alpi quanto negli Appennini o nelle Dolomiti, è in ogni caso molto divertente: in primo luogo perché si prova piacere nel gesto atletico che si compie e poi perché si riesce a conoscere e a vivere più intensamente l’ambiente che ci circonda. In proporzioni differenti, tutto il mondo dei ciclisti sposa queste due condizioni. Personalmente ritengo che gli Appennini siano estremamente interessanti per ciclisti di ogni livello, per alcuni aspetti fondamentali. L’affluenza turistica è molto inferiore rispetto alle aree alpine e, di conseguenza, traffico e rischi ad essa legati sono molto ridotti; inoltre, proprio per caratteristiche geografiche (e altimetriche), in Appennino si può pedalare su un grande numero di strade poderali. I piccoli borghi appenninici sono infatti tutti collegati tra loro da strade, per la maggior parte asfaltate, che presentano caratteristiche ottimali per il fanatico dei dislivelli.

Nella provincia di Modena
A zonzo nella provincia di Modena, siamo andati alla ricerca di saliscendi classici per i ciclisti della zona. Siamo nel distretto in cui si svolge la maratona dell’Abetone, ma questa volta, senza strafare in kilometri, proponiamo un anello di alcune ore, che possa essere un invito a chi, non essendo del luogo, desideri trascorrere qualche giorno da queste parti. Per “il giro” coinvolgiamo direttamente la “Nuova Corti”, un grande negozio di Sassuolo (paese della ceramica che ospitò, lo scorso anno, un arrivo di tappa del Giro) con alle spalle un altrettanto grande team di granfondo: oltre un centinaio di iscritti di tutte le misure e carature (a iniziare da un nome illustre come Claudio Vandelli, olimpionico a Los Angeles). Sono questa volta della partita Davide Montanari, un trascorso da dilettante e numerose vittorie nella borraccia, Stefano Lipparini e Alessandro Barbieri, tra le punte della squadra.

Le prime colline
Alla mia media e non alla loro, ovviamente, partiamo dal negozio alla volta delle Terme della Salvarola. Poco fuori dell’abitato prendiamo per Serramazzoni e la strada attacca subito le prime colline. La giornata è fantastica e il nastro d’asfalto si perde nella vastità dei verdi dei campi. La salita sembra iniziare in modo brutale, ma si assesta subito su dei massimi del 5 per cento con una buona continuità. Il fondo è perfetto se non per il colore: l’asfalto riflette un calore micidiale.
Dalla quota di 115 m si sale per scollinare dopo alcune rotture di pendenza che consentono di alleggerire l’andatura. Al km 6.5 siamo a circa 350 m. Scolliniamo affrontando una leggera discesa a mezza costa per poi riprendere leggermente a salire. A 560 m, in località Montebaranzone, un nuovo scollinamento. Sono circa 7 kilometri di salita che sarebbe meglio affrontare con un poco più di riscaldamento nelle gambe. I ragazzi usano il 53, io sono… già alla frutta! Si ridiscende per poco, solo il tempo di illudersi, per poi risalire in direzione Varana fino a 720 m. Abbiamo percorso circa 21 kilometri, che rappresentano un riscaldamento sufficiente per tutti.

Tra i campi di grano
All’incrocio di S. Pellegrinetto attraversiamo la strada per poi tuffarci in una minuscola strada che precipita verso l’impluvio antistante. Sono circa 4 kilometri in cui perdiamo 350 metri di quota. È una strada stretta ma bellissima, un sottile nastro che si perde fra gli alberi e fra i campi di grano. In questi piccoli “sentieri asfaltati” si apprezza tutta la montagna appenninica fatta di corsi d’acqua brevi e tormentati, di valli che cambiano forma da un anno all’altro (è rinomata la franosità e la erodibilità di alcune rocce dell’Appennino) e di gente, poco abituata al turismo, che ti guarda per capire cosa ci faccia un ciclista multicolore in un posto come quello.

Sale la temperatura
In 300 metri di discesa la temperatura risale decisamente. Partire presto la mattina, in Appennino, permette di fuggire le afe padane delle ore più calde del giorno. In quota l’aria è fresca e tersa e pedalare sembra sia meno pesante. Dal ponte di Gombola si risale alla volta di Polinago. La strada si distacca subito dall’alveo del torrente per risalire a mezza costa. Affrontiamo questa salita di quasi 10 kilometri che ci porterà a scollinare sugli 800 metri. Il 5-6 per cento di pendenza media si innalza a tratti fino all’8 per cento.
Dopo una quarantina di kilometri raggiungiamo Polinago, dove si scollina per poi ridiscendere su una strada a tornanti con un buon fondo stradale, fino ad arrivare ai 450 m dell’impluvio. Polinago è noto fin dall’anno 1000, e la Pieve, del 1035, è l’edificio più antico. In questo borgo, che ad oggi conta circa duemila abitanti, il 15 e il 16 agosto si può assistere alla sagra di S. Maria e alla Fiera mercato.
Si risale di 200 metri e si ridiscende di 100 su una bella strada, dal fondo perfetto, articolata in curvoni e rettilinei. Dopo 57 kilometri raggiungiamo Pavullo, una delle località più rinomate dell’Appennino modenese. Anticamente Pavullo ricopriva una posizione strategica dal punto di vista commerciale, fin dal periodo medievale, essendo sede di importanti fiere. Successivamente divenne capoluogo del Frignano, anche grazie alla costruzione della via Vandelli e della via Giardini che intensificarono i rapporti con Modena.

Nella terra delle ciliegie
Attraversata la SS 12 (dell’Abetone e del Brennero) riprendiamo leggermente a salire in direzione Ponte di Samone. Si tratta di una salita leggera, dove in una manciata di kilometri si guadagnano circa 100 metri. Di conseguenza, lo scollinamento leggerissimo sui 784 m ci introduce a una discesa piuttosto lunga, oltre 10 kilometri, che ci porta al fondovalle. Le basse quote sono annunciate dall’aumento dell’afa e da una leggera foschia. Da Ponte di Samone (230 m) prendiamo in direzione Vignola, la terra delle ciliegie, nei cui pressi ci fermiamo a gustare, e ad apprezzare, qualche frutto.

Come Pulire i Mozzi

Pulizia esterna e ingrassaggio periodico dell’interno sono le uniche operazioni che danno lunga durata al mozzo.

La manutenzione del mozzo riguarda ovviamente la pulizia esterna e, in modo sostanziale, la lubrificazione del ruotismo. Per i componenti con sistema a coni e sfere, l’operazione consiste nell’uso di una siringa, riempita di grasso fine idrorepellente, che verrà applicata sul foro apposito che è praticato a volte sul centro del corpomozzo. In questo caso il grasso nuovo scorrerà sull’asse e spingerà fuori delle calotte la vecchia lubrificazione e le scorie, fino al nuovo riempimento delle sedi.

Per i corpi privi del foro centrale
Per i corpi privi del foro centrale, bisognerà invece agire sulle feritoie, sempre circolari, generalmente ricavate sui bordi delle calotte, con una spinta della siringa che avrà sempre, per obiettivo, il ricambio del grasso di lubrificazione. A questa manutenzione ordinaria, dovrà essere alternata, specialmente in caso di allagamento, lo smontaggio completo del ruotismo e il ripristino integrale della lubrificazione.

I ruotismi
Per quanto attiene i ruotismi affidati ai cuscinetti fissi, salvo casi particolari, non è prevista una reale manutenzione, identificabile con l’ingrassaggio, considerata la schermatura che rende completamente stagno tale comparto meccanico. Si tratta, al contrario, della effettiva sostituzione del cuscinetto, che è consigliata, quando occorre, dall’usura dell’elemento. Ma si tratta di un evento che non corrisponde a un problema di spesa e di frequenza, considerata la affidabilità ormai raggiunta da questo genere di soluzione tecnica.